A chi “in prima linea” ogni giorno si trova al fianco di medici e infermieri per garantire la continuità delle cure anche in un momento di emergenza come l’attuale, tutta HC è vicina e commossa. Pubblichiamo il post di un collega che condivide il proprio stato d’animo e le proprie emozioni di questi giorni. Siamo certi che tanti dei nostri tecnici, in particolare coloro che fin dall’inizio operano all’interno della cosiddetta “zona rossa”, si ritroveranno nelle sue parole…”

“Il respiro si fa pesante, gli occhiali protettivi si appannano vicino al naso rendendo la visione difficoltosa. Sudi, dannatamente tanto. Quella tuta che ti hanno fatto mettere ti fa sudare, senti le goccioline di sudore che scendono sulla schiena, dopo solo 1 ora hai la bocca secca, la fronte madida di sudore come tutti quelli che ti circondano. La tuta tira e dà fastidio. Lo senti…il nervosismo, la tensione è a fior di pelle. Ti vorresti grattare, sistemare la mascherina ma NON TI TOCCARE LA FACCIA. Imperativo. Non devi assolutamente portare le mani alla mascherina o al volto.
Nell’aria l’incessante tintinnio dei campanelli che da quando sono entrato in reparto COVID non hanno mai smesso di suonare….
Lo sguardo stanco e spossato degli infermieri, dei medici e oss è il comune denominatore. Non servono parole, lo sguardo dice tutto eppure siamo tutti lì a combattere contro qualcosa che non conosciamo e non vediamo.
Quando mi sono messo la tuta, inizialmente non volevo farlo, non volevo entrare in COVID.
Cazzo, non sono un sanitario, non ho studiato niente che riguarda la cura delle persone. Sono un Perito tecnico elettronico. Il mio pane quotidiano sono i volt, gli ampere, i diodi i condensatori. Il software … ma non questo.
Eppure sono lì serve per quanto impensabile un tecnico per riparare una centrale di monitoraggio.
Mi sono iniziato a vestire convinto che stessi facendo “la mia parte per la causa”. Nella mia testa si svolgevano 2 storie allo stesso momento.
La prima si riassume in un: cazzo fai? scappa coglione entri lì dentro? Ma sei deficiente? E altri caldi insulti a me stesso.
La seconda invece come in uno di quei film di azione: la scena si svolge al rallentatore con una musica cazzuta, tosta io che mi vesto e che vado in prima linea. In lontananza un soldato fa il saluto militare sotto la bandiera che sventola pomposa al vento. Brividi?
Tutto si ferma quando ritornando alle prime righe ti ritrovi dopo quella porta e intorno a te tutto si muove veloce e tu ti pietrifichi lì dentro.
Tutti bardati da capo a piedi con calzari, tuta, doppi guanti, copricapo, mascherina e occhiali si muovono a velocità super. Le porte delle stanze sono chiuse fuori da ogni stanza cartelle cliniche, fogli, procedure e secchi e spruzzini di acqua e cloro. Poi avrei capito perché….
Vado a fare quello che devo fare ma sopraggiungono i problemi…quello strumento deve uscire dal reparto per essere riparato. Silenzio…. È contaminato come tutto quello che vedi, le penne, i telefoni, i pc, le scrivanie… è già…
È contaminato perché le stanze non sono pressione negativa, non siamo attrezzati per situazioni del genere. Sono stanze di degenza ordinarie, quelle per le quali ci lamentiamo sempre che sono calde, manca aria, il bagno è piccolo… e alla bene e meglio sono state riconvertite in una zona ad alto rischio… o così o così.
Mi pietrifico non ci avevo pensato…subito mi ritorna in mente: “cazzo fai? scappa coglione entri lì dentro? Ma sei deficiente? E altri caldi insulti a me stesso”
Vado in panico per alcuni istanti…”Jo” che ho conosciuto pochi istanti prima , la caposala, in parte lo percepisce. Mi fa segno di aspettare, torna con spruzzini e salviette e inondiamo tutto di acqua e cloro.
Ora si può far uscire lo strumento dal reparto.
Fuori alcuni colleghi faranno dei tentativi di farlo funzionare ovviamente bardati…io ora devo aspettare lì dentro in attesa di fare le prove da remoto.
Ho qualche attimo per fermarmi e guardarmi intorno. Sono 13 anni che passo in quel reparto, mi sembra di essere in un posto dove non sono mai stato.
Un medico che passa di lì mi guarda, lo guardo.
Ci riconosciamo, in 13 anni abbiamo sempre mantenuto i rapporti formali, da professionisti in pratica. Si ferma mi guarda da capo e piedi e mi sistema la tuta. Un rapido sguardo, un sorriso che interpreto solo dagli occhi e torna a lavoro. Cazzo è un grande.
Lo seguo con lo sguardo. Sopra quelli che sono i dpi si mette un secondo strato di ulteriori protezioni ed entra in trincea. Nelle stanze dei pazienti. Dopo alcuni minuti esce. Viene inondato di acqua e cloro da testa a piedi. Si toglie il secondo strato viene inondato di nuovo della soluzione.
Ho poi scoperto che ha duplice funzione, ammazza quello stronzo di virus, ma soprattutto da piacere in quanto ti rinfresca per qualche secondo.
Lo sento parlare: Serve il ventilatore polmonare…30 pazienti… un reparto intero e fidatevi… non ci sono ventilatori polmonari per tutti.
Lo sguardo va poi agli altri dispositivi presenti….pochi dannatamente pochi.
Mi spruzzo anche io più per sicurezza e per cercare sollievo, non per reale necessità.
Mi metto in un angolo, non posso telefonare, e aspetto.
I minuti sembrano ore, riesco ad avere un contatto con i colleghi fuori. Non funziona…sta stronza.
Dobbiamo tornare in laboratorio e fare quanto possibile per farlo funzionare.
Mentre esco sento che mancano i fonendo,.. i carrelli.. me lo segno.
Mi dirigo verso l’uscita, mi spruzzo di acqua e cloro ovunque. Leggo le direttive le eseguo alla lettera. Esco di lì fradicio come se avessi fatto una doccia, tremo.
Tremo non perché ho freddo…tremo. Le mani non stanno ferme. Mi lavo, mi rilavo e l’acqua comincia a diventare rosa. Le mani… sanguinano. Sono giorni che lavo le mani 30 volte o più al giorno…non poteva che succedere questo. Crema mani e guanti sopra …Faccio finta di nulla.
Finisce il turno di 11 ore e mezza ma prima di uscire vado nel reparto “recupero” e riassemblo un fonendo… non salverà il mondo ma meglio uno in più che uno in meno.. recuperiamo un carrello di acciaio inox e assieme ad altri dispositivi lo portiamo in COVID.
Torno a casa da moglie e figlia. Ma sono distante sia con la testa che con il corpo. La figlia vuole giocare è normale… la moglie capisce. Mi isolo in bagno mi sento sporco. Mi rilavo per l’ennesima volta. Sono sporco! Non è facile spegnere il cervello se fino a pochi istanti prima andavi al massimo. Perlomeno non funziona con me.
Solitamente uso facebook per divertimento, per condivisione di momenti e pensieri frivoli. Più per dare un sorriso, e diciamolo pure apertamente senza girarci troppo intorno, per le cazzate. Sono giorni che in ospedale viviamo e condividiamo situazioni e sentimenti più disparati. Sono un orso, difficilmente lascio trasparire quello che c’è veramente dentro di me. Per questa volta condivido un mio pensiero che ricordo non essere un sanitario ma che ha all’attivo 13 anni di vita ospedaliera. Sono stato in molti ospedali, in molte terapie intensive ma mai come in questi ne sono uscito a pezzi emotivamente. Sono riflessioni personali dopo il primo scontro con i reparti COVID.